Moda etica e consumo consapevole: il vero lusso è saper scegliere

Svelare la trama non rovina il piacere

Torniamo a parlare di moda etica in occasione dell’approssimarsi dell’appuntamento annuale organizzato da CNA-Federmoda (ve ne abbiamo illustrate alcune iniziative questo blog), durante il quale al processo di informazione e sensibilizzazione sulla filiera produttiva tessile, la valorizzazione della produzione realmente Made in Italy, gli strumenti per imprenditori e consumatori, si affiancherà la presentazione di nuovi elementi e progetti.

Il 18 aprile 2017, l’appuntamento è a Torino, nella sede del CNA di Via Millio 26, con “MADE IN ITALY – Valore Economico, Sociale, Etico – Cucire, Tramare, Ordire, Tessere, Formare… Etica!”. Una giornata fitta di interventi istituzionali, ricerche, progetti che si intrecciano con l’intento di annodare altresì relazioni virtuose fra gli imprenditori. Non solo dati e statistiche, infatti, ma approccio empatico e partecipativo sono le chiavi di volta scelte per operare un cambiamento sostanziale e per arginare la pressione delle istanze economiche. Allo stato dell’arte e all’aggiornamento normativo, si affiancheranno dunque la presentazione di un percorso di formazione capillare per i giovani e la diffusione del video del progetto/ricerca/spettacolo di Sara Conforti “13600 HZ Concerto per macchine per Cucire”, creazione simbolica e sensoriale che mette in scena la trasformazione e l’accelerazione, del corpo e della società, attraverso l’abito.

 

Dalla campagna Fahion revolution www.fashionrevolution.org

È dal 2013, dal disastro del Rana Plaza a Dacca (Bangladesh), nel quale il crollo di un edificio causò più di 1300 morti e quasi 2000 feriti tra gli operai (in maggioranza donne) costretti a lavorare in situazione di grave carenza di sicurezza, che il tema della produzione etica e sostenibile anche in campo tessile ha assunto particolare rilevanza.

Col progredire della delocalizzazione della produzione di quasi tutte le industrie occidentali e l’aggravarsi delle condizioni di lavoro, sicurezza e qualità, si sono andate parallelamente moltiplicando le iniziative per operare scelte di equilibrio.

La riflessione coinvolge tutti: dal grande produttore, sensibile a costi e risvolti del marketing (sulla qualità, le oscillazioni si sprecano), all’acquirente che, impossibile ignorarlo, è in maggioranza femminile, così come sono quasi tutte donne i lavoratori impiegati in paesi come il Bangladesh, seconda industria tessile del mondo.

Molte le esigenze, di diversa ma coerente natura.

Monitorare la provenienza dei capi dalla materia prima ai processi di lavorazione, al costo (umano ed economico) del lavoro; valorizzare i prodotti artigianali e sostenibili assunti ad articoli di lusso grazie alla tutela e diffusione delle peculiarità di lavorazione nei paesi di origine (si pensi al grande lavoro svolto da Ethical Fashion Initiative, di cui abbiamo già parlato in questo blog, e che, in collaborazione con Sourcemap, nel 2017 lancia RISEMAP, una piattaforma per la tracciabilità e trasparenza della filiera produttiva, integrando le informazioni con dati relativi alla ricaduta economica, ambientale e sociale della produzione tessile dei capi); coinvolgere il consumatore nel processo attraverso l’informazione, in modo che operi scelte consapevoli e premianti e utilizzi lo strumento di pressione della concorrenza per spingere le aziende a introdurre politiche etiche.

chicchissima-il lusso-della-sostenibilità

L’incontro del 18 aprile, incentrato sul Made in Italy inteso non come marchio apposto su un capo, ma come vero e proprio soggetto responsabile e tutelante dalla produzione del materiale alla distribuzione al consumatore, sarà l’occasione di presentare un importante strumento di formazione e informazione: la “Guida al Consumo consapevole dei prodotti tessili”, realizzata nell’ambito del protocollo d’intesa siglato da CNA Federmoda con il Ministero della Pubblica Istruzione.
Il protocollo, che si propone di “…educare alla cultura della qualità, ricercando le radici storiche, economiche, culturali e territoriali del Made in Italy; educare ai diritti del consumatore, al rispetto della legalità, dei diritti umani e della responsabilità sociale ed ambientale nel settore della moda” si rivolge ai principali consumatori della fast fashion, con bassa capacità di spesa e alta sensibilità alla pressione del marchio e della pubblicità, i giovani, i quali possono facilmente essere tratti in inganno da un’etichetta che nella dicitura “Made in …” indica solo la geolocalizzazione di una delle tappe di produzione del capo.
Per loro vanno pensati percorsi che tengano conto sia di facilità di informazione che di peso della stessa.

È statisticamente provato che il consumatore, se informato, più facilmente opera scelte etiche. Ma l’informazione deve essere accessibile: per esempio con un’app come quella australiana Good On You che, in tempo reale, non solo definisce il rating del capo che si sta per acquistare in termini di qualità etica e filiera, ma fornisce anche alternative più sostenibili e altrettanto gradevoli, in caso si tratti di un prodotto dagli standard bassi.
L’informazione deve essere inequivocabile: Berlino, Alexanderplatz, 2015, un distributore automatico fornisce t-shirt a 2€: introdotta una moneta, parte un breve filmato che mostra come, chi e a che costo reale – economico e umano – la maglietta viene realizzata. Al termine del filmato la scelta: vuoi la maglietta o vuoi donare i 2€  che Fashion Revolution si impegna a usare per campagne di consapevolezza come quella che ti ha appena coinvolto?
L’informazione deve incoraggiare: non solo il consumo etico, ma anche la produzione etica. RISEMAP, come Slow Fashion, con un’operazione di trasparenza fanno sì che la valorizzazione dell’artigianato diventi produzione di valore condiviso.
L’informazione deve essere continua: il concetto di sostenibilità deve passare da lusso a caratteristica intrinseca di ogni produzione/acquisto, attraverso la familiarizzazione con i termini, i concetti, le conoscenze
L’informazione deve essere comunicazione, non marketing, e va insegnata la differenza. Sempre Fashion Revolution lancia una campagna dal 24 al 30 aprile: “Chi ha fatto i miei vestiti?”. Fotografarsi indossando un capo al contrario, pubblicare l’immagine e far circolare la domanda posta ai brand, in attesa di risposta.
Tutto questo darsi da fare, tutto questo domandare, perché? Perché il lusso, dicevamo, è poter fare scelte sostenibili, in senso economico, ambientale, salutare, sociale. Scelte consapevoli, nate dalle conoscenza, dalla cultura, dall’uso di quell’accesso privilegiato all’informazione che fa dei nostri i paesi più avvantaggiati. Questo è il vero lusso che possiamo permetterci.

Forse è utile ricordare sempre che etichetta, senza comprensione, è solo una versione diminuita e ridicola di etica.

 

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